Intervista
a Mons. Gianfranco Ravasi di Mariella Alberini – settembre 2005
“
L’esegeta del “sottile silenzio”
Nel
vasto studio austero, impreziosito da opere d’arte di valore inestimabile, il
leggero attacco di inadeguatezza si dilegua davanti all’accogliente semplicità
di Mons. Gianfranco Ravasi. L’esegeta del sottile silenzio biblico, il prefetto
della Biblioteca Ambrosiana, membro della Pontificia Commissione dei Beni
Culturali della Chiesa, lo scienziato delle lettere e del giornalismo religioso
elitario è un sacerdote alto, snello, stempiato che ha anche il dono di
sintonizzarsi subito con chi gli sta
davanti. E dargli la certezza di essere veramente compreso. Ciò non può che
derivare da una sensibilità percettiva affinata dai profondi studi portati fino
all’essenza del conoscere.
D)
Fra i malesseri attuali c’è la difficoltà di comunicare. Nessuno sembra
veramente disponibile oppure nessuno ne è più capace?
R)
La persona esiste in quanto stabilisce un rapporto con l’altro e quindi la
parola “persona”comprende etimologicamente l’idea di suono. Ma l’uomo, benché
riceva una marea di suoni e di informazioni, è diventato più sordo e più muto
perché il suo udito è sovraesposto e perché oggi si parla molto di meno
all’interno della famiglia. Il linguaggio corrente purtroppo si è addirittura
ridotto a non più di 800 parole per esprimere tutto il ventaglio delle
sensazioni. Di certo viviamo in un periodo di mutismo e di sordità.
D)
Però quando ci si rivolge in extremis ad un sacerdote, le sue risposte poco si
adattano al problema umano perché usa un linguaggio troppo ecclesiastico.
Esiste dunque il burocratese, ma anche l’ecclesialese?
R)
Nonostante sordità e mutismo, l’uomo, soprattutto nei momenti più struggenti,
davanti alle ferite della rottura di un rapporto, della morte di una persona
cara o nel caso dell’innamoramento che
risveglia sentimenti primaverili, ha necessità assoluta di comunicare. Se chiede
le risposte ad un sacerdote e lui esprime giusti concetti, ma con un linguaggio
stereotipato o classico che non si
adatta alle necessità immediate, è un problema della Chiesa che deve
modernizzarsi in sintonia con le esigenze attuali.
D)
Perché l’uomo oggi non crede?
R)
Distinguerei il problema in due profili. Esiste una crescita di bisogno di
religiosità. Ma la risposta viene cercata in un cocktail religioso o in una
sorta di omogeneizzato spirituale inodore e insapore adatto ai palati del
nostro tempo. Le grandi religioni danno risposte spesso ardue, violente,
radicali: il bene o il male, la vita o
la morte, la verità o la menzogna. Oggi si preferisce una religiosità
devozionale, un po’ di magia, un po’ di genericità.
D)
Che cosa significa credere in Dio?
R)
Si potrebbe rispondere con un immagine di Wittgenstein, il famoso filosofo.
Sulle sponde dell’oceano, davanti all’immensità dell’orizzonte, si deve saper
guardare al di là. Come l’arte che di sua natura è simbolica e presenta una
realtà, ma ti fa capire che oltre questa c’è ben altro.
D)
Le vocazioni religiose provengono oggi dall’Africa, dall’India, dalle
Filippine, dal Sud America. Significa che il cattolicesimo si identifica meglio
con la gente dei paesi sottosviluppati?
R)
Il dramma dell’Occidente non è l’ateismo, bensì l’indifferenza. La nostra
società si accontenta del grigiore: i valori spirituali sono degradati quando
non dimorano in individui particolarmente profondi nell’anima. Invece la gente
di quelle regioni, molto più giovani anche nello spirito, ha una primitività e
un’innocenza positive. Sono più disponibili ad accogliere la religiosità nella
sua purezza evangelica. A guardare con fiducia oltre l’immensità dell’oceano.
D)
Oggi cattolici ed ebrei sono più vicini o più lontani?
R)
Sono molto più vicini. Però c’è un gran lavoro da fare per avvicinare il
fratello cattolico al fratello ebreo e riconoscere che è un fratello maggiore:
in origine ha gli stessi principi poiché la Bibbia è comune.
D)
Quali sono gli ostacoli più grandi fra cattolici ed ebrei?
R)
La figura di Gesù Cristo: Gesù, l’ebreo, è accettato. Ma Gesù Cristo, figlio di
Dio, la parte cristiana della divinità, non è assolutamente riconosciuta dagli
ebrei.
D)
Il Rabbino Zolli, dopo la guerra, dichiarò di essere stato salvato dalla Chiesa
e si convertì al cattolicesimo. Perché Pio XII è così detestato nel mondo
ebraico? Qual è la sua colpa?
R)
Nell’interpretazione delle vicende storiche, la distanza nel tempo è
determinante. Pio XII aveva due scelte: una difesa forte, universale, contro il
nazismo oppure introdurre attraverso tutti i canali possibili della diplomazia,
dei conventi, delle chiese la ricerca per salvare più gente possibile. In
questo modo ebbe un risultato più efficace ma venne tacciato di aver adottato
una soluzione più politica che religiosa.
D)
Padre Panikkar ha scritto un libro che s’intitola “Il Cristo segreto
dell’induismo”. Stiamo andando verso un sincretismo religioso?
R)
Il sincretismo religioso ai nostri giorni è stato messo in luce da un movimento
di matrice americana la cosiddetta New Age, divenuta poi Next Age. Così hanno
introdotto una fusione generica di tutte le religioni: una miscela di Budda e
Cristo, di messaggio e massaggio, di Ayurveda e ascetica. Ciò è negativo,
perché fa impallidire la ricerca molteplice dell’umanità. Io sono portato al dialogo
multiculturale e proprio perché lo approfondisco, riesco a capire le diversità.
L’equilibrio consiste nel conservare la propria identità e allo stesso tempo
saper vedere la ricchezza delle altre religioni.
D)
Riguardo il futuro prossimo lei ha detto che l’unica Apocalisse dopo il 2000 è
rappresentata dal grigiore di un futuro banale. L’11 settembre scorso però
questo grigiore è stato squarciato da due fulmini apocalittici…
R)
Sono convinto che il periodo in cui viviamo sia un periodo narcotizzato. Si
vive in modo troppo superficiale. La vicenda dell’11 settembre ha lacerato i
rapporti tra i popoli. E’ stata una scossa brutale, una lama di ghiaccio che ha
frantumato legami che si stavano creando: però non costituisce l’elettroshock
che può cambiare veramente una cultura. Io credo che per mutare ed arrivare ad
una società più fresca, più creativa, una lezione deve partire di nuovo dalla
scuola, dalla famiglia per riportare alla grandezza dell’eredità umana. Vale
sempre la frase di Pascal che dice “l’uomo supera sempre l’uomo”.