Intervista
a Ettore Mo di Mariella Alberini -
giugno 2005
“Il
nomade delle guerre”
“Ci possiamo vedere
domani, poi parto per l’India”. Ettore Mo non mi ha mai incontrato; non mi
conosce. Accetta l’intervista e il suo tono è amichevole, spontaneo, intriso
della modestia e della semplicità dell’uomo di valore: un Grande del
giornalismo internazionale. A settantre anni, lo sguardo e il sorriso sono
rimasti quelli di un ragazzo nonostante le dure realtà vissute. Da sempre, mi
appassiono ai suoi articoli e lo paragono a un esploratore delle zone di guerra
o di etnie lontane come Bernard Moitessier o James Cook. La sua prosa asciutta
di inviato, che ne ha viste di tutti colori, racconta sfumature e momenti
estremi: nessuna telecamera li potrà mai descrivere. Attimi di storia
contemporanea dove lui sta rischiando la pelle, ma protagonista è il bambino
nudo con il moccio al naso che piange seduto per terra tutto solo.
D.
Perché in India adesso?
R.
L’idea è di fare un reportage sulle guerre per l’acqua. Finora c’erano le
guerre del petrolio. Ora l’acqua è diventata un elemento più importante del
petrolio. Abbiamo isolato alcune zone. La prima è l’India dove stanno
costruendo dighe spaventose. Sommergono
villaggi interi e trenta milioni di persone hanno già perso la vita. Il
Governo indiano sta facendo una politica devastante nel suo Paese.
D.
Questa politica sbagliata in che cosa consiste?
R.
Non hanno preso le misure necessarie in vista della catastrofe in atto. Non
hanno capito la calamità della sete. E non sanno più quale rimedio opporre.
D.
La prima tappa?
R. New Delhi. Poi, con una guida dell’India Time, proseguirò nei
luoghi più disastrati dove la gente vive in villaggi con le capanne allagate.
D.
Trent’anni come inviato di guerra cosa
ti hanno dato?
R.
Mi hanno fatto lavorare sotto l’impulso di emozioni irripetibili. E’ più facile
scrivere davanti alla “carne al fuoco” della tragedia visiva. “Che bravi questi
inviati di guerra”, dice la gente. Ma non si rendono conto di quanto materiale
pressante ispiri noi cronisti. Davanti alla macchina da scrivere non devi
lambiccarti il cranio alla ricerca di grandi invenzioni. Ho avuto una carriera
lenta, faticosa, ma quando hanno scoperto che andavo bene in mezzo ai conflitti
mi hanno dato carta bianca.
D. Il primo incarico?
R.
All’inizio mi occupavo di musica e di teatro. Nel 1979, Franco Di Bella mi dice
“lo sai che Khomeini è tornato?” “Lo so, leggo i giornali”. “Allora preparati a
partire per Teheran: io butto nello stagno chi sa nuotare”
D.
Tante esperienze avventurose in mezzo ai conflitti che cosa ti hanno lasciato
dentro?
R.
Ho sempre partecipato con grande commozione alla tragedia dei massacri. Ammetto però che la fame e la
miseria mi commuovono più della morte. Vedere un bambino affamato mi fa star
male. Quando torno a casa dopo un periodo in quei luoghi di disperazione, mi
sembra impossibile che ci si possa lamentare per motivi, a mio avviso, futili.
E cerco di far capire quante cose magnifiche abbiamo in confronto a quei
derelitti.
D.
Esisterà mai la pace globale sul pianeta?
R.
Nutro una sfiducia totale su questa possibilità. Gli sciacalli che approfittano
delle guerre per arricchirsi e impadronirsi del potere ci saranno sempre.
Quando c’è un uomo generoso e illuminato come Ahmad Shah Massoud, di certo
viene eliminato. Andò fino a Bruxelles al Parlamento Europeo a raccontare la
loro situazione disperata e si trovò davanti all’indifferenza più totale. “I
vostri governanti non hanno capito che io sto combattendo contro l’integralismo
islamico”, mi disse sfiduciato al termine di quei colloqui. C’è voluto l’11
settembre perché se ne rendessero conto.
D.
Il personaggio più affascinante che hai incontrato: il vero eroe?
R. Lui, Massoud.
D.
E quello più efferato ?
R.
Lo sciagurato Gulbuddin Heckmatyar, che ora dicono sia con Bin Laden nel
deserto fra Pakistan e Afghanistan.
D.
Perché non riescono a catturare Osama?
R.
Non lo so. Potrebbe anche essere morto e lo tengono vivo come emblema.
D.
L’episodio che più ti ha colpito da vicino?
R.
Quando il mio ventiquattrenne collega afgano, dopo un’intervista a Heckmatyar,
è stato trascinato giù dalla nostra jeep dai suoi sgherri e mi ha detto “
Ettore, they kill me, bye”. Poco dopo venne fucilato.
D.
Chi è stato il tuo maestro?
R.
Egisto Corradi. Mi ha insegnato a contare i bossoli dopo le sparatorie. “Devi
contarli per controllare quanti colpi effettivi sono stati sparati.” Era un
uomo tenace, un po’ rude che andava
dappertutto e sapeva osservare come nessun altro. Quando arrivò a Teheran venne a bussare alla mia camera per dirmi
“Fammi un favore, sono stanco morto, vai in giro a dare un’occhiata alla situazione e dimmi cosa succede: di te mi
fido.” Io sarei andato a piedi per tutto l’Iran tanto ero lusingato che il
maestro riconoscesse la mia onestà professionale.
D.
E con la paura come fai?
R. Un paio di volte ho
pensato che non l’avrei scampata e non sarei più tornato a casa e mi si è
ghiacciato il sangue. Però, anche quando mi trovo in pericolo, cerco di non
commettere fesserie.
D.
Che cosa è cambiato nello scenario bellico rispetto a trent’anni fa?
R.
Solo la tecnologia. I motivi sono sempre gli stessi: potere, petrolio,
fanatismo religioso, non solo islamico.
D.
Tu sei stato anche in Uganda…
R.
Sì, quando c’era Idi Amin che ho intervistato: un vero maiale che stuprava le
prigioniere in carcere. Un gradasso ora rifugiato in Egitto.
D.
Esiste un posto dove non sei riuscito ad andare?
R.
In Cina sono stato una sola volta. Avrei voluto restarci più a lungo per
seguire la Rivoluzione Culturale. Però ho vissuto l’occupazione cinese in
Tibet, quando venivano violentate le suore.
D.
I tuoi nuovi progetti?
R.
Ne parlavo proprio in questi giorni con mia moglie. In fondo ho fatto quasi
tutto. Forse adesso mi piacerebbe scrivere per me stesso.
D.
Romanzi? Saggi? Cosa?
R
Racconti vissuti, sofferti insieme a tanta gente. Non credo di avere il respiro
del romanziere. Sperando però che non mi riprenda la smania di ripartire: è una
sorta di malattia.
D.
Chi è Ettore Mo?
R. Uno che ha avuto la fortuna di fare il lavoro che
più lo appassionava, di entusiasmarsi lavorando. Ancora oggi non penso mai allo
stipendio.