Intervista a Raimon Panikkar di Mariella Alberini – novembre 2005
“Quando venni ricevuto da Paolo VI mi chiese “Allora mi racconti le sue
meditazioni” Risposi: “mi domando se per essere cattolico bisogna essere
spiritualmente semita e intellettualmente greco poiché due terzi dell’umanità
non lo sono e per loro i nostri dogmi perdono la loro forza…” Sua Santità
sorrise.
Non ci sono mai stati dissensi con il Vaticano per le teorie
filosofico-religiose di Raimon Panikkar. Anzi gli viene riconosciuta una
meravigliosa capacità di aprire le menti ai grandi dogmi. Non ha conosciuto Papa Woijtyla, però ha
incontrato l’allora Cardinale Ratzinger. E proprio dall’Università di Tubinga,
dove Benedetto XVI ha compiuto i suoi studi, ha ricevuto una delle sue quattro
Lauree Honoris Causa. Si esprime in ottimo italiano con leggero accento
spagnolo: parla dodici lingue. Ha pubblicato 30 saggi. Appare come un eremita
capitato per caso in una casa di
Milano. Veste una tunica indiana e
protegge dall’umidità invernale i suoi incredibili 87 anni con una
sciarpa di lana a disegni cashmere. Il suo sguardo è giovane, arguto, acceso da
indomabile curiosità. Un personaggio unico Padre Panikkar, sacerdote, filosofo,
teologo, chimico, poliglotta e maestro del nostro tempo. Ma in lui prevale il
sacerdote, il mistico, il filosofo che vuole svelare le cause del malessere
generale e cercare di ricondurre l’uomo a un rapporto più armonico fra il mondo
e l’infinito, a un dialogo interculturale che consenta una coesistenza pacifica
fra civiltà.
D. Le porrò domande semplici e, per lei, forse banali poiché il
contenuto dei suoi libri è affascinante, ma complicato…
R. Secondo Hegel in filosofia non esistono domande banali.
Ripete in tedesco le parole di Hegel.
D. Da che cosa è nata la sua vocazione religiosa?
R. E’ accaduto dopo anni di meditazione e senza una mia precisa scelta,
senza distacco improvviso dalla mia realtà. Di certo, la tendenza al sacerdozio
l’ho sempre avuta. Ma, come avrà capito, mi sento molto indiano. C’è
un’incredibile differenza di pensiero fra occidentali e orientali.
L’occidentale sa dove deve andare: ha precisi traguardi mentre noi orientali
siamo più “ambigui” o, se preferisce più vaghi, più passivi.
D. Lei non sembra affatto passivo… Come vive il suo continuo
pellegrinaggio cultural filosofico?
R. Sono appassionato, ma anche un po’ passivo. Quando mi trovo in
Italia, mi sento italiano, in Spagna sono spagnolo, in India ritorno indiano.
Insomma prendo il colore locale.
D. Oggi nessuno sembra più disponibile al dialogo o nessuno ne è
capace?
R. Tutte le due cose. Si vive in modo accelerato: manca il tempo. Non
siamo disponibili perché non riusciamo più a fare silenzio dentro di noi e
dentro la nostra vita. Non si riesce a fermarsi e a superare l’ossessione del
fare. Bisogna continuare ad agire per giustificare la propria esistenza. Io, ad
esempio, non ho bisogno di alcuna giustificazione. La mia dignità non consiste nell’utilità di ciò che
faccio.
D. Però ha scritto più di 30 libri, è professore in prestigiose
università internazionali, 4 lauree ecc…
R. Ho fatto tutto sì, ma senza affanno. Volevo vivere in India tutta la
vita a Varanasi (Benares) nell’Uttarpradesh e
mi hanno quasi rapito per andare ad insegnare all’Università di Harvard.
D. In Italia quando ci si rivolge a un prete, si ottengono risposte
troppo ecclesiastiche o in linguaggio “ecclesialese”…
R. Perché è difficile servire due Signori: Cristo e l’istituzione della
Chiesa. Ci sono tanti burocrati in seno alla Chiesa.
D. Perché oggi l’uomo non crede?
R. Non è vero: l’uomo crede.
D. In che cosa?
R. Nella bellezza, nel denaro, nella giustizia, nella materia, nel
tempo.
D. E in Dio?
R. Se lei mi spiega chi è Dio, le dirò se l’uomo crede in Dio.
D. Ma scusi non è il padre di Cristo, il simbolo-entità della religione
cattolica…?
R. E anche della religione musulmana e di tante altre. San Tommaso dice
che sappiamo soprattutto quello che Dio non è. Di Dio non possiamo dire nulla
altrimenti non lo si indicherebbe con la parola “Infinito”.
D. Allora, secondo lei, che cosa significa credere in Dio?
R. La fede non ha oggetto: Dio è il nome che viene dato al simbolo di
ciò che è nascosto, infinito, ignoto.
L’uomo è consapevole della sua ignoranza e sa bene che c’è qualcosa di più.
D. Le vocazioni religiose provengono soprattutto dall’Africa,
dall’India, dalle Filippine, dal Sud America. Significa che il Cattolicesimo si
identifica meglio con la gente dei Paesi sottosviluppati?
R. Non è così. Solo da un punto di vista occidentale è vero. Perché le
popolazioni da lei citate si sentono attratte dalla Chiesa romana per la sua
concretezza e per la protezione che può esercitare sotto molteplici aspetti,
non escluso quello economico.
D. Oggi cattolici ed ebrei sono più vicini o più lontani?
R. Ritengo la Chiesa cattolica oggi più vicina alla Chiesa ebraica, ma
non so risponderle a proposito delle persone.
D. Lei ha scritto “Il Cristo sconosciuto dell’induismo”. Stiamo andando
verso un sincretismo religioso?
R. No. Il Cristo sconosciuto dell’induismo non vuol dire il Cristo
conosciuto dai cristiani e sconosciuto agli indù. 3000 anni fa, nel Mahabarata
fu scritto molto di ciò che si legge nel Vangelo.
D. Dopo l’apocalisse del 11 settembre 2001, il presente appare grigio. A
quale futuro andiamo incontro? Che cosa si deve fare per stare meglio?
R. La distruzione della Moschea di Ayodhia (città nell’India del nord)
nel dicembre di alcuni anni fa ha provocato la morte di molte migliaia di
persone causando un trauma in tutta l’India: è stato un fatto gravissimo e
quasi sconosciuto in Occidente. Siamo tutti vittime dell’ingranaggio mediatico.
Conosciamo solo quello che vogliono farci sapere. Quindi io non ho fede nella
Storia perché è sempre stata scritta dai vincitori. Ormai abbiamo toccato il
fondo in tutti sensi. Una delle più forti risorse energetiche durerà meno di altri 50 anni; l’ecologia ci fa sapere
che la Terra sta andando verso la catastrofe e la psicologia ci dice che il
disagio mentale è sempre più diffuso. La metà della popolazione mondiale vive
con meno di un euro al giorno: è evidente che non si può parlare di democrazia
o di giustizia in questo tipo di civiltà. Le riforme non bastano. Le
rivoluzioni non servono e non portano da nessuna parte. Ci vogliono le trasformazioni
pacifiche: un vero cambiamento di
civiltà, un superamento dell’ individualismo egoistico. Riuscire a iniettare
nelle menti che questo tipo di sistema non può dare pace o felicità a nessuno.
Dobbiamo renderci conto quanto tutto ciò accentui l’importanza del ruolo della
religione, intesa come ciò che ci lega
con gli altri, con la natura intorno a noi, con l’anima, il corpo e il
nostro spirito: con tutta la realtà. Altruismo, perdono, misericordia e amore
sono l’unico sistema per creare una convivenza pacifica capace di creare la
felicità sul pianeta.
D. Allora lei ritorna all’insegnamento di Cristo…
R. Si, anche se molti cristiani non lo hanno seguito.