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Intervista a don Antonio Mazzi di Mariella Alberini  -  maggio 2005

 

“Don Mazzi, pellegrino irregolare”.

 

“Sono in Madagascar, tornerò sabato, chiamami domenica” mi urla don Mazzi nel cellulare. La voce va e viene a intervalli irregolari perché comunichiamo via radio. E adesso siamo seduti sotto un albero nel prato dell’ex Cascina Molino Torretta, al Parco Lambro, sede-madre dei progetti Exodus che sono tanti: circa una trentina sparsi in mezzo mondo. 75 anni, occhi azzurri, ciuffo spettinato, energia contagiosa e come avrebbe fatto sennò questo prete-bulldozer a costruire l’incastro di organizzazioni per aiutare i giovani allo sbando. Bisognerebbe incontrarlo più spesso don Antonio perché il suo viso massiccio, che ricorda un po’ James Cagney quando interpretava le parti da “buono”, irradia comprensione.

 

D. La prima spinta a costruire tanto da dove è arrivata?

R. Potevo fare solo questo perché sono un irregolare. Ho avuto un’infanzia difficilissima, senza padre, del quale ho sempre sofferto la mancanza. Vivevo in una cascina in povertà con mia madre. Volevo scappare da Verona perché avevo l’etichetta del ragazzaccio e, per mantenermi agli studi, sono andato a fare l’educatore nella “Città dei Ragazzi”. Là dentro, ho visto gente più povera, peggiore di me, con caratteri più difficili e, dato il mio esordio da disperato, potevo capirli e aiutarli. Volevo trovare il modo di vivere una vita interessante e fare del bene agli altri.

D. Ieri lei mi ha detto: “domani mattina devo fare il prete, vieni nel pomeriggio”. Ma lei è un prete in servizio permanente effettivo non a giorni alterni… 

R. Sono sempre prete, ma la gente mi vede più come un raccoglitore di aiuti quasi laico. Forse perché vado in televisione e compaio sui giornali in modo “spregiudicato”, ma infine è stato proprio Karol Wojtyla a diffondere il suo grande amore per il prossimo attraverso i media. Tutto ciò, una volta, si faceva nelle piazze in modo limitato.

D. Giovanni Paolo II l’ha aiutata nella sua impresa?

R. Certo, con la grande capacità di stare con i giovani, tutti i giovani anche quelli di altre religioni o quelli dell’amore promiscuo. Attraverso i media e l’informatica ha fatto moltissimo, ma anche Carlo Maria Martini è sempre rimasto accanto a noi. Una sera arrivò con un’utilitaria da solo. Cenò con tutti ragazzi e rimase fino a tardi. E’ un grande sacerdote, sensibilissimo, direi geniale. Ha riportato la Bibbia ai nostri tempi.

D. Quando arrivò la sua vocazione per il sacerdozio?

R. Non so se è davvero arrivata. Non so ancora se voglio più bene al Signore o agli uomini. Se dovessi scegliere fra il Padre Eterno e il povero, sceglierei il povero. Di certo scandalizzo la gente. Pensano che voglia fare il protagonista. Ma questa impresa sono capace di viverla solo così e non voglio perdere la mia identità. La mia fede la pratico attraverso la mia opera.

D. Secondo lei perché l’uomo non crede in Dio?

R. Gli uomini di oggi credono molto più di quello che pensiamo. Se per credere si intende ascoltare i preti, andare a Messa, dar ragione al Papa, allora è un’altra cosa.

D. Il suo metodo di recupero dei giovani si basa sul perdono…

R. E’ vero, ma io non li voglio recuperare, voglio che loro perdonino se stessi. Vede io da ragazzo sono stato male perché non mi sono mai perdonato il caratteraccio, le lacrime fatte versare a mia madre. Solo nel momento, in cui mi sono accettato e perdonato, ho incominciato a vivere. Questo cerco di trasmettere a chi sta male: la riconciliazione con se stesso anche il peggiore del mondo. Così ho seguito Donat Cattin, Morucci e Faranda, il papà di Erica, alcuni ragazzi che sono qui, appena usciti dal carcere e trascorrono il loro ultimo periodo di arresti domiciliari…

D. Erica no…?

R. E’ suo padre che non riesce a perdonarsi e continua chiedersi perché…

D. Dopo tanto lavoro e tante opere, cosa vuole ancora?

R. Vorrei perfezionare ciò che è stato fatto e allo stesso tempo uscire e cercare di migliorare questa società perché così non si può andare avanti. Il vero problema è l’attuale mancanza di obiettivi.

D. E come si fa a migliorare questa situazione spirituale abbastanza disastrosa?

R. Bisogna tornare a ritrovare il bambino che abbiamo dentro, la tenerezza, la dolcezza. In fondo Madre Teresa di Calcutta, che ho incontrato alcune volte, ti obbligava in qualche modo a domandarti come faceva questa donna di 20 chili ad avere fiducia nel mondo. Quando la lasciavi, sentivi di avere trovato qualcosa dentro di te. Ciascuno ha la sua dose di innocenza e dietro la nostalgia dell’innocenza c’è il valore della trasparenza, la voglia di buttar via la doppia faccia. Don Bosco diceva che il peggiore dei ragazzi ha nell’angolino qualcosa da cui partire per ricominciare nel modo giusto.

D.  E da Benedetto XVI cosa si aspetta?

R. Io vado avanti con le mie forze. Spero che questo Papa parli di collegialità di ecumenismo e vorrei che risolvesse alcuni problemi morali molto complessi.

D. Ad esempio?

R. I rapporti prematrimoniali, il controllo delle nascite, la comunione ai divorziati. E permetta anche a noi preti la possibilità di interpretare meglio i grandi problemi della società attuale.

D. Ci saranno mai sacerdoti donne?

R. Prima bisogna risolvere il problema della donna, ancora considerata una persona di serie B. Spero che il ruolo della donna e dell’uomo nella Chiesa diventino equivalenti: di pari opportunità. Anche la donna dovrebbe poter diventare sacerdote. Perché no?

D. Verrà mai abolito il celibato per i preti?

R. Io condivido il celibato per scelta: ad libitum. Certo il matrimonio per chi fa il nostro mestiere sacrificherebbe moltissimo la donna. Io non avrei mai tempo da dedicare a nessuno che non rientri nella mia missione. Credo che ci saranno sempre più preti che opteranno per questo tipo di scelta. Fare il prete come impiegato del  Padre Eterno mi pare sia poco profetico.

D. Don Mazzi diventerà santo?

R. Guardi, non ci ho mai pensato. Diventare santi costa milioni di euro in burocrazia e comunque preferirei venissero spesi per i miei ragazzi.

D. Cosa le resta ancora da fare?

R. Sono prete da 50 anni. Prima di morire, vorrei creare un grande movimento di educatori senza frontiere. Dovrebbe essere l’altra faccia dei medici senza frontiere. Quando succedono i grandi disastri, non ci sono solo le ferite fisiche, ci sono le catastrofi morali come la distruzione di famiglie, degli affetti più importanti, dell’identità. Quindi vicino ai medici sono necessari i volontari psicologi per medicare le ferite dell’anima.

D. Se da lei arriva un “normale” con problemi di infelicità normale, è disponibile ad ascoltarlo se non è in Madagascar? Perché è difficile trovare un prete che non metta un vetro-intercapedine tra lui e l’essere umano.

R. Certo, basta che venga qui e io lo accolgo. Io quel vetro non so cosa sia. Certo i cattolici doc mi criticano perché sono sempre in movimento, non mi vesto da prete, accompagno in discoteca i miei ragazzi.

D. Insomma chi è don Mazzi?

R. Sono un viandante, un pellegrino perché mi piace la strada, non mi piacciono le strutture, e poi un pellegrino ha sempre molte curiosità e si fa tante domande. E’ come la storia dell’Esodo: il momento più bello del popolo ebraico arriva quando si mette alla ricerca della sua liberazione.

D. Allora un pellegrino che non si ferma mai rappresenta un progetto di vita?

R. E’ così.

 

     

 

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