Mariella Alberini​​
Giornalista e Scrittrice
Intervista a don Antonio Mazzi di Mariella Alberini  -  maggio 2005

“Don Mazzi, pellegrino irregolare”. 

“Sono in Madagascar, tornerò sabato, chiamami domenica” mi urla don Mazzi nel cellulare. La voce va e viene a intervalli irregolari perché comunichiamo via radio. E adesso siamo seduti sotto un albero nel prato dell’ex Cascina Molino Torretta, al Parco Lambro, sede-madre dei progetti Exodus che sono tanti: circa una trentina sparsi in mezzo mondo. 75 anni, occhi azzurri, ciuffo spettinato, energia contagiosa e come avrebbe fatto sennò questo prete-bulldozer a costruire l’incastro di organizzazioni per aiutare i giovani allo sbando. Bisognerebbe incontrarlo più spesso don Antonio perché il suo viso massiccio, che ricorda un po’ James Cagney quando interpretava le parti da “buono”, irradia comprensione.D. La prima spinta a costruire tanto da dove è arrivata?R. Potevo fare solo questo perché sono un irregolare. Ho avuto un’infanzia difficilissima, senza padre, del quale ho sempre sofferto la mancanza. Vivevo in una cascina in povertà con mia madre. Volevo scappare da Verona perché avevo l’etichetta del ragazzaccio e, per mantenermi agli studi, sono andato a fare l’educatore nella “Città dei Ragazzi”. Là dentro, ho visto gente più povera, peggiore di me, con caratteri più difficili e, dato il mio esordio da disperato, potevo capirli e aiutarli. Volevo trovare il modo di vivere una vita interessante e fare del bene agli altri.D. Ieri lei mi ha detto: “domani mattina devo fare il prete, vieni nel pomeriggio”. Ma lei è un prete in servizio permanente effettivo non a giorni alterni…  R. Sono sempre prete, ma la gente mi vede più come un raccoglitore di aiuti quasi laico. Forse perché vado in televisione e compaio sui giornali in modo “spregiudicato”, ma infine è stato proprio Karol Wojtyla a diffondere il suo grande amore per il prossimo attraverso i media. Tutto ciò, una volta, si faceva nelle piazze in modo limitato.D. Giovanni Paolo II l’ha aiutata nella sua impresa?R. Certo, con la grande capacità di stare con i giovani, tutti i giovani anche quelli di altre religioni o quelli dell’amore promiscuo. Attraverso i media e l’informatica ha fatto moltissimo, ma anche Carlo Maria Martini è sempre rimasto accanto a noi. Una sera arrivò con un’utilitaria da solo. Cenò con tutti ragazzi e rimase fino a tardi. E’ un grande sacerdote, sensibilissimo, direi geniale. Ha riportato la Bibbia ai nostri tempi.D. Quando arrivò la sua vocazione per il sacerdozio?R. Non so se è davvero arrivata. Non so ancora se voglio più bene al Signore o agli uomini. Se dovessi scegliere fra il Padre Eterno e il povero, sceglierei il povero. Di certo scandalizzo la gente. Pensano che voglia fare il protagonista. Ma questa impresa sono capace di viverla solo così e non voglio perdere la mia identità. La mia fede la pratico attraverso la mia opera. D. Secondo lei perché l’uomo non crede in Dio?R. Gli uomini di oggi credono molto più di quello che pensiamo. Se per credere si intende ascoltare i preti, andare a Messa, dar ragione al Papa, allora è un’altra cosa.D. Il suo metodo di recupero dei giovani si basa sul perdono…R. E’ vero, ma io non li voglio recuperare, voglio che loro perdonino se stessi. Vede io da ragazzo sono stato male perché non mi sono mai perdonato il caratteraccio, le lacrime fatte versare a mia madre. Solo nel momento, in cui mi sono accettato e perdonato, ho incominciato a vivere. Questo cerco di trasmettere a chi sta male: la riconciliazione con se stesso anche il peggiore del mondo. Così ho seguito Donat Cattin, Morucci e Faranda, il papà di Erica, alcuni ragazzi che sono qui, appena usciti dal carcere e trascorrono il loro ultimo periodo di arresti domiciliari…D. Erica no…?R. E’ suo padre che non riesce a perdonarsi e continua chiedersi perché…D. Dopo tanto lavoro e tante opere, cosa vuole ancora?R. Vorrei perfezionare ciò che è stato fatto e allo stesso tempo uscire e cercare di migliorare questa società perché così non si può andare avanti. Il vero problema è l’attuale mancanza di obiettivi.D. E come si fa a migliorare questa situazione spirituale abbastanza disastrosa?R. Bisogna tornare a ritrovare il bambino che abbiamo dentro, la tenerezza, la dolcezza. In fondo Madre Teresa di Calcutta, che ho incontrato alcune volte, ti obbligava in qualche modo a domandarti come faceva questa donna di 20 chili ad avere fiducia nel mondo. Quando la lasciavi, sentivi di avere trovato qualcosa dentro di te. Ciascuno ha la sua dose di innocenza e dietro la nostalgia dell’innocenza c’è il valore della trasparenza, la voglia di buttar via la doppia faccia. Don Bosco diceva che il peggiore dei ragazzi ha nell’angolino qualcosa da cui partire per ricominciare nel modo giusto.D.  E da Benedetto XVI cosa si aspetta?R. Io vado avanti con le mie forze. Spero che questo Papa parli di collegialità di ecumenismo e vorrei che risolvesse alcuni problemi morali molto complessi.D. Ad esempio?R. I rapporti prematrimoniali, il controllo delle nascite, la comunione ai divorziati. E permetta anche a noi preti la possibilità di interpretare meglio i grandi problemi della società attuale.D. Ci saranno mai sacerdoti donne?R. Prima bisogna risolvere il problema della donna, ancora considerata una persona di serie B. Spero che il ruolo della donna e dell’uomo nella Chiesa diventino equivalenti: di pari opportunità. Anche la donna dovrebbe poter diventare sacerdote. Perché no?D. Verrà mai abolito il celibato per i preti?R. Io condivido il celibato per scelta: ad libitum. Certo il matrimonio per chi fa il nostro mestiere sacrificherebbe moltissimo la donna. Io non avrei mai tempo da dedicare a nessuno che non rientri nella mia missione. Credo che ci saranno sempre più preti che opteranno per questo tipo di scelta. Fare il prete come impiegato del  Padre Eterno mi pare sia poco profetico.D. Don Mazzi diventerà santo?R. Guardi, non ci ho mai pensato. Diventare santi costa milioni di euro in burocrazia e comunque preferirei venissero spesi per i miei ragazzi.D. Cosa le resta ancora da fare?R. Sono prete da 50 anni. Prima di morire, vorrei creare un grande movimento di educatori senza frontiere. Dovrebbe essere l’altra faccia dei medici senza frontiere. Quando succedono i grandi disastri, non ci sono solo le ferite fisiche, ci sono le catastrofi morali come la distruzione di famiglie, degli affetti più importanti, dell’identità. Quindi vicino ai medici sono necessari i volontari psicologi per medicare le ferite dell’anima.D. Se da lei arriva un “normale” con problemi di infelicità normale, è disponibile ad ascoltarlo se non è in Madagascar? Perché è difficile trovare un prete che non metta un vetro-intercapedine tra lui e l’essere umano. R. Certo, basta che venga qui e io lo accolgo. Io quel vetro non so cosa sia. Certo i cattolici doc mi criticano perché sono sempre in movimento, non mi vesto da prete, accompagno in discoteca i miei ragazzi. D. Insomma chi è don Mazzi?R. Sono un viandante, un pellegrino perché mi piace la strada, non mi piacciono le strutture, e poi un pellegrino ha sempre molte curiosità e si fa tante domande. E’ come la storia dell’Esodo: il momento più bello del popolo ebraico arriva quando si mette alla ricerca della sua liberazione. D. Allora un pellegrino che non si ferma mai rappresenta un progetto di vita?R. E’ così.

Intervista di Mariella Alberini  per LIBERO  -  maggio 2005.

“Stefano Zecchi, assessore a breve termine ” 

Stefano Zecchi si presenta con il piccolo Federico (14 mesi) in braccio e lo mostra orgoglioso con un lampo di felicità negli occhi. “Alla mia età un bambino così è un vero regalo”. E’ evidente che per il cattedratico di Estetica, oggi assessore alla cultura nel Comune di Milano, a giorni Premio Heminggway quale scrittore di saggi e romanzi, il mondo ruota soprattutto intorno a questa meravigliosa esperienza di padre. Riporta lo splendido pupo alla mamma e incominciamo a parlare. D. Dieci mesi: un tempo breve, ma sarà sufficiente per lasciare un segno importante come Assessore alla Cultura? Piazza della Concordia invece di Piazzale Loreto potrebbe esserlo?R. Non intendo essere velleitario. Diciamo che arrivo dieci minuti prima della fine della partita e in un tempo minimo non si può creare nulla di travolgente. Tra le cose da proporre piazza della Concordia mi sembra un segno simbolico importante: una proposta di progresso civile e di riconciliazione.D. I suoi programmi immediati?R. Ottenere finanziamenti privati al fine di realizzare una bella estate per realtà sociali differenti. Musei sempre aperti con visite guidate gratuite, maxi schermi giganti sparsi nella città, dove proiettare vecchi sceneggiati televisivi di grande successo come “La Cittadella”, “La fiera delle vanità”, “Il Conte di Montecristo” ed altro ancora. E poi una passeggiata quotidiana sui merli del Castello Sforzesco per i bambini, una festa dell’Arte Contemporanea ad ottobre, l’inaugurazione della villa Belgioioso ecc. Milano è piena di realtà culturali fantastiche: non dimentichiamo le nostre cinque orchestre sinfoniche. D. E la Scala?R. Premetto che in senso  istituzionale non mi  compete perché è un Associazione di diritto privato. La Scala ha subito una ristrutturazione importantissima con un impegno finanziario di enorme portata ed è necessario rifondarla nella sua gestione interna in modo adeguato alle esigenze internazionali. Anche Milano ha bisogno di una rifondazione culturale. Deve mettere insieme le sue due grandi vocazioni: le idee e i soldi. Non dimentichiamo che Albertini durante il suo mandato ha ricucito la città dopo 4 anni di letargo. Ora ci vuole una riconversione.D. In quale modo?R. Coinvolgendo i privati con la regia da parte del pubblico sulla reale vocazione della città, sollecitando le migliori energie, il coraggio nelle scelte e premiando il merito.D. Se Letizia Moratti diventerà sindaco saprà rivitalizzare Milano?R.  Mi sembra un’ottima scelta con tutte le carte in regola per dare un nuovo impulso economico e culturale alla città.D. Come vede l’attuale situazione politica dopo i recenti tracolli elettorali?R. Non sono un politico di professione e neppure un tecnico, ma uno che si occupa di politica culturale. La vedo come un periodo che può essere fecondo di  rinnovamento: bisognerebbe rimettere insieme quella che era stata la vera vocazione della Casa della libertà. D. Ritiene realizzabile l’idea del partito unico?R. E’ possibile. La semplificazione in politica è sempre utile. Potrebbe essere un modo per Berlusconi di smarcarsi dalla politica.D. E in tal modo, ce la farebbero ancora vincere le elezioni del 2006?R. Si, poiché nella Cdl esiste un impegno molto concreto. Dalla parte avversa non c’è una vera compostezza politica. Non capisco l’inserimento di un liberale come Monti in un gruppo con la presenza di Rifondazione. I problemi del bipolarismo, che da noi non è stato ancora assimilato,  mantengono le vecchie divisioni ideologiche. E non mi stupirei se al momento del voto, ci fosse un recupero di coscienza da parte di chi non ha votato o ha votato per protesta.D. Viviamo in un periodo di decadenza. Cosa si può fare contro tanto degrado estetico e culturale.R. Manca l’educazione all’estetica. Tutto deriva dalla famiglia e dalla scuola. Si vive troppo proiettati verso l’ideologia del progresso, della scienza e della tecnica. I giovani mancano dei valori fondanti. Si dovrebbe dare più spazio all’arte, alla musica, alla danza. Di certo si ritroverebbero i valori del bello, dell’integrità, del rispetto di se stessi e degli altri e della spiritualità.D. Quale sensibile conoscitore dell’animo femminile, a che punto è la donna nella professione, nella politica, nella famiglia? E anche nel campo dell’estetica?R. In un Italia maschilista, vedo la realtà schizzofrenica di una donna che ha maturato le forme di emancipazione femminista copiando dall’uomo con tutte le difficoltà di portare il livello maschile nella realtà femminile. E vedo nelle donne giovani una svendita quasi mercantile all’effimero della bellezza. In fondo, anche le ragazze all’università vorrebbero la notorietà facile delle veline nelle trasmissioni televisive.D. Quali consigli potrebbe dare loro?R. Di avere molta cura della propria dignità personale, di non sdarsi alla prima occasione, di proteggere l’integrità spirituale e quindi l’equilibrio.      D. Nel suo libro “Amata per caso”, tocca la sfera infantile dell’integrazione razziale e la vita degli immigrati. Cosa si può fare per creare un melting pot positivo e armonico in Italia?R. Ci vorranno molti anni prima di riuscirci. Bisogna partire dai più giovani, dai bambini adottati poiché per gli adulti è quasi impossibile integrarsi: per ora rimarranno all’interno delle loro “colonie” e dei loro clan. E non basta la tolleranza e l’accoglienza. Ci vuole una reciproca conoscenza delle rispettive culture altrimenti non potrà esistere una società multirazziale come a Londra, o a Parigi, o a New York.D. Non pensa che i responsabili comunali, regionali e ministeriali della cultura dovrebbero avere più possibilità di intervento nell’ambito della televisione pubblica e privata per migliorarla e renderla uno strumento educativo in grado di contribuire ad arrestare il degrado ai vari livelli?R. La televisione è legata all’enorme macchina della pubblicità. Ed è difficile poter creare un codice di comportamento generale. Ma si dovrebbe instaurare una fascia pomeridiana altamente protetta con un contenitore per i bambini delle elementari dove attuare programmi culturali adatti. Ricordo di avere condotto una rubrica di  mezz’ora sulla storia dell’arte contemporanea riscotendo un notevole indice di ascolto. D. Dopo questi dieci mesi da assessore, vorrebbe continuare?R. Non so. Sono un docente universitario per vocazione, non un politico. Sono due impegni molto diversi che però coincidono nella stessa attenzione ai problemi culturali. Quindi la riposta gliela darò fra dieci mesi.

Intervista a Ettore Mo di Mariella Alberini  -  giugno 2005

“Il nomade delle guerre”

“Ci possiamo vedere domani, poi parto per l’India”. Ettore Mo non mi ha mai incontrato; non mi conosce. Accetta l’intervista e il suo tono è amichevole, spontaneo, intriso della modestia e della semplicità dell’uomo di valore: un Grande del giornalismo internazionale. A settantre anni, lo sguardo e il sorriso sono rimasti quelli di un ragazzo nonostante le dure realtà vissute. Da sempre, mi appassiono ai suoi articoli e lo paragono a un esploratore delle zone di guerra o di etnie lontane come Bernard Moitessier o James Cook. La sua prosa asciutta di inviato, che ne ha viste di tutti colori, racconta sfumature e momenti estremi: nessuna telecamera li potrà mai descrivere. Attimi di storia contemporanea dove lui sta rischiando la pelle, ma protagonista è il bambino nudo con il moccio al naso che piange seduto per terra tutto solo. D. Perché in India adesso?R. L’idea è di fare un reportage sulle guerre per l’acqua. Finora c’erano le guerre del petrolio. Ora l’acqua è diventata un elemento più importante del petrolio. Abbiamo isolato alcune zone. La prima è l’India dove stanno costruendo dighe spaventose. Sommergono  villaggi interi e trenta milioni di persone hanno già perso la vita. Il Governo indiano sta facendo una politica devastante nel suo Paese.D. Questa politica sbagliata in che cosa consiste?R. Non hanno preso le misure necessarie in vista della catastrofe in atto. Non hanno capito la calamità della sete. E non sanno più quale rimedio opporre.D. La prima tappa?R. New Delhi. Poi, con una guida dell’India Time, proseguirò nei luoghi più disastrati dove la gente vive in villaggi con le capanne allagate. D. Trent’anni come inviato di  guerra cosa ti hanno dato?R. Mi hanno fatto lavorare sotto l’impulso di emozioni irripetibili. E’ più facile scrivere davanti alla “carne al fuoco” della tragedia visiva. “Che bravi questi inviati di guerra”, dice la gente. Ma non si rendono conto di quanto materiale pressante ispiri noi cronisti. Davanti alla macchina da scrivere non devi lambiccarti il cranio alla ricerca di grandi invenzioni. Ho avuto una carriera lenta, faticosa, ma quando hanno scoperto che andavo bene in mezzo ai conflitti mi hanno dato carta bianca. D. Il primo incarico?R. All’inizio mi occupavo di musica e di teatro. Nel 1979, Franco Di Bella mi dice “lo sai che Khomeini è tornato?” “Lo so, leggo i giornali”. “Allora preparati a partire per Teheran: io butto nello stagno chi sa nuotare”D. Tante esperienze avventurose in mezzo ai conflitti che cosa ti hanno lasciato dentro?R. Ho sempre partecipato con grande commozione alla tragedia  dei massacri. Ammetto però che la fame e la miseria mi commuovono più della morte. Vedere un bambino affamato mi fa star male. Quando torno a casa dopo un periodo in quei luoghi di disperazione, mi sembra impossibile che ci si possa lamentare per motivi, a mio avviso, futili. E cerco di far capire quante cose magnifiche abbiamo in confronto a quei derelitti.  D. Esisterà mai la pace globale sul pianeta?R. Nutro una sfiducia totale su questa possibilità. Gli sciacalli che approfittano delle guerre per arricchirsi e impadronirsi del potere ci saranno sempre. Quando c’è un uomo generoso e illuminato come Ahmad Shah Massoud, di certo viene eliminato. Andò fino a Bruxelles al Parlamento Europeo a raccontare la loro situazione disperata e si trovò davanti all’indifferenza più totale. “I vostri governanti non hanno capito che io sto combattendo contro l’integralismo islamico”, mi disse sfiduciato al termine di quei colloqui. C’è voluto l’11 settembre perché se ne rendessero conto.D. Il personaggio più affascinante che hai incontrato: il vero eroe?R. Lui, Massoud.D. E quello più efferato ?R. Lo sciagurato Gulbuddin Heckmatyar, che ora dicono sia con Bin Laden nel deserto fra Pakistan e Afghanistan.D. Perché non riescono a catturare Osama?R. Non lo so. Potrebbe anche essere morto e lo tengono vivo come emblema.D. L’episodio che più ti ha colpito da vicino?R. Quando il mio ventiquattrenne collega afgano, dopo un’intervista a Heckmatyar, è stato trascinato giù dalla nostra jeep dai suoi sgherri e mi ha detto “ Ettore, they kill me, bye”. Poco dopo venne fucilato.D. Chi è stato il tuo maestro?R. Egisto Corradi. Mi ha insegnato a contare i bossoli dopo le sparatorie. “Devi contarli per controllare quanti colpi effettivi sono stati sparati.” Era un uomo tenace,  un po’ rude che andava dappertutto e sapeva osservare come nessun altro.  Quando arrivò a Teheran venne a bussare alla mia camera per dirmi “Fammi un favore, sono stanco morto, vai in giro  a dare un’occhiata alla situazione e dimmi cosa succede: di te mi fido.” Io sarei andato a piedi per tutto l’Iran tanto ero lusingato che il maestro riconoscesse la mia onestà professionale. D. E con la paura come fai?R. Un paio di volte ho pensato che non l’avrei scampata e non sarei più tornato a casa e mi si è ghiacciato il sangue. Però, anche quando mi trovo in pericolo, cerco di non commettere fesserie. D. Che cosa è cambiato nello scenario bellico rispetto a trent’anni fa?R. Solo la tecnologia. I motivi sono sempre gli stessi: potere, petrolio, fanatismo religioso, non solo islamico.D. Tu sei stato anche in Uganda…R. Sì, quando c’era Idi Amin che ho intervistato: un vero maiale che stuprava le prigioniere in carcere. Un gradasso ora rifugiato in Egitto.D. Esiste un posto dove non sei riuscito ad andare?R. In Cina sono stato una sola volta. Avrei voluto restarci più a lungo per seguire la Rivoluzione Culturale. Però ho vissuto l’occupazione cinese in Tibet, quando venivano violentate le suore.  D. I tuoi nuovi progetti?R. Ne parlavo proprio in questi giorni con mia moglie. In fondo ho fatto quasi tutto. Forse adesso mi piacerebbe scrivere per me stesso.D. Romanzi? Saggi? Cosa?R Racconti vissuti, sofferti insieme a tanta gente. Non credo di avere il respiro del romanziere. Sperando però che non mi riprenda la smania di ripartire: è una sorta di malattia. D. Chi è Ettore Mo?R. Uno che ha avuto la fortuna di fare il lavoro che più lo appassionava, di entusiasmarsi lavorando. Ancora oggi non penso mai allo stipendio.

“Civicum” presto anche a Torino, a Roma e a Napoli” di Mariella Alberini.

Intervista a Federico Sassoli de Bianchi, Presidente di Civicum.

“Sovente, all’origine dell’inefficienza dello Stato c’è la mancanza di pressione popolare per spingere l’Amministrazione pubblica a reagire. Per iniziativa di un gruppo di cittadini, che volevano partecipare alla gestione della “cosa pubblica” senza sbocco nel sistema attuale dei partiti, a Milano, il 14 ottobre 2004 abbiamo costituito la Fondazione Civicum”, dice Federico Sassoli de Bianchi, Presidente di Civicum, immobiliarista 52enne, laurea in Scienze Politiche, MBA Insead. Ci racconta i programmi e le iniziative per risvegliare e coinvolgere gli italiani a non sentirsi sudditi, ma azionisti dello Stato.  A un anno dall’inaugurazione, durante la riunione del 14 ottobre 2005, sono stati presentati i risultati delle analisi svolte dalla SDA Bocconi, relative al bilancio del Comune di Milano. E il lavoro svolto dall’Ufficio studi di Mediobanca.     D. Qual è stato l’operato di Civicum in questo primo anno di vita?R. Abbiamo sviluppato un’intensa attività scientifica in collaborazione con la Bocconi per l’analisi del Bilancio del Comune di Milano e con l’Ufficio studi di Mediobanca abbiamo presentato l’analisi dei bilanci delle società controllate dai comuni di Milano, Roma, Torino e Napoli. Noi crediamo che attraverso le analisi il cittadino possa capire le risorse del proprio Comune. Le società controllate dal Comune di Milano rappresentano il 60% dell’attività del Comune, in importanti settori, quali quello dell’energia, degli aeroporti, dei trasporti, della raccolta dei rifiuti. Abbiamo presentato questi risultati in convegni dove oltre ai rappresentanti delle Università e degli Istituti che hanno collaborato con noi, c’erano anche gli assessori ai bilanci delle società dei Comuni coinvolti.D. Che cosa avete scoperto in particolare?R. Innanzi tutto che i bilanci sono sconosciuti a quasi tutti. Nessun cittadino prima di noi si era mai interessato all’argomento e anche gli amministratori pubblici che li approvano, li discutono molto rapidamente. Discutono a lungo sul bilancio preventivo, ma non su quello consuntivo.D. Che cosa succede quando qualcuno va a chiedere il bilancio di un Comune  come quello di Milano?R. Quando uno di noi si è presentato a chiederlo, l’ufficio competente, individuato con una certa fatica, ha palesato molta meraviglia e ha  chiesto come mai lo volevamo. Verificato che era nostro diritto averlo, ci hanno informato che si dovevano fare delle fotocopie del costo di circa 140 euro. Abbiamo pagato e ottenuto una valigiata di documenti perché il bilancio di un Comune è molto complesso, ponderoso e di difficile comprensione.D. A questo punto, dopo il convegno del 14 ottobre u.s., avete sostenuto che il cittadino non deve essere un suddito bensì un interlocutore dell’Amministrazione Pubblica dello Stato…R. E’ questo il tema fondamentale. Il cittadino può e deve intervenire nelle scelte riguardanti la sua città e al suo Paese.  E può farlo anche al di fuori dell’azione dei partiti politici. Oggi in Italia manca al cittadino la possibilità di occuparsi dello Stato, del Comune e delle scelte pubbliche senza doversi schierare in un partito.D. Civicum crede di poter intervenire nelle decisioni sui progetti in atto per la nostra città e di poterne discutere con i responsabili?R. Certo. La richiesta che noi faremo al Comune è di rendere pubbliche su Internet le decisioni che intendono prendere prima che vengano approvate e rese definitive.D. A che punto è il progetto di far partecipare Torino, Roma e Napoli a Civicum?R. E’ un obiettivo che intendiamo portare avanti coinvolgendo persone che hanno gli stessi interessi in queste città e portando le analisi che stiamo facendo su questi Comuni e sulle loro società di servizi. D. Uno dei grandi problemi delle nostre città è l’ambiente. In quale modo cercate di intervenire?R. Il tema dell’inquinamento è legato al problema del traffico e della mobilità. Noi lo stiamo evidenziando da un punto di vista economico. Abbiamo verificato che il comune di Milano ha investito negli ultimi due anni oltre 2 miliardi di euro e altrettanto pensa di fare quest’anno.D. Sono sufficienti?R. Bisogna vedere che risultati danno. Bisogna passare da scelte decise dal Comune, portate avanti senza verifiche puntuali, a situazioni più precise su investimenti fatti. Si deve verificare l’impatto dal punto di vista della mobilità e dell’inquinamento.D. Voi però interagite già con Ambiente Milano…R. Il Presidente di Ambiente Milano è uno dei fondatori di Civicum insieme ad altri e quindi c’è una vicinanza di spirito e di intenti. D. E adesso cosa vorreste ancora organizzare?R. Vorrei lanciare un appello a tutti i cittadini di buona volontà e alle Associazioni che si occupano di temi vicino al nostro, perché collaborino con noi per creare una maggiore trasparenza e quindi maggiore efficienza.D. Riuscire a organizzare Civicum in tutte le città del nostro Paese potrebbe dare la spinta definitiva per migliorare la situazione Italia?R. Ne sono certo. Aggiungo che il bilancio del Comune di Milano, quest’anno è già stato redatto in una maniera più trasparente rispetto a quello dell’anno scorso. D. Si potrà organizzare Civicum anche con i cittadini di Palermo e Reggio Calabria?R. Lo speriamo: sarebbe molto importante.        
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